© 2017 by gruppo di ricerca laboratorio 06, Università degli Studi di Padova, coordinato dal Prof. Gian Piero Turchi

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"NATALE, FESTA DI UNIONE E COLLETTIVITÀ"...MA COSA FESTEGGIAMO CON I TEMPI CHE CORRONO? Attenzione, questo articolo può contenere una storia che ti farà cambiare idea. Leggi responsabilmente.

December 25, 2017

Questa è la storia di otto ragazzi under 30, otto giovani della generazione che non si sa costruire il futuro, otto ragazzi che “non hanno voglia di fare nulla”, otto ragazzi che gli anni ‘80, il lusso, il posto fisso e “aspetta che arriva una buona occasione” non sanno nemmeno dove stiano di casa. Questa è una di quelle storie che ti fanno capire che gli stereotipi sono peggio dei babbi natale appesi ai poggioli e che investire negli under 30 è il miglior regalo che tutti noi ci possiamo fare. Questa è una storia la cui lettura arricchisce talmente tanto che a confronto poi potrete mandare Fedez e la Ferragni a sciacquare i panni al fiume, noleggiare settanta renne e foderare una slitta con interni Luis Vitton per Babbo Natale!

 

Questa è la storia di una mail collettiva e di un anno di percorso e poco più.

 

Correva l’estate del 2016 quando mi venne fatta una richiesta da degli studenti di psicologia, che chiedevano l’attivazione di un progetto che gli facesse “mettere le mani in pasta”. A quell’epoca già operavo come coordinatore in strutture per anziani non-autosufficienti e per persone con diagnosi psichiatrica, quindi decisi di sfruttare questo bacino per far sguazzare qualche giovane volonteroso, facendolo operare in progetti di promozione della salute all’interno di queste strutture. Dunque se domandare è lecito, rispondere è cortesia e così inviai una “chiamata alle armi” per dare l’avvio ad un progetto formativo. Qui le parole dei ragazzi: “Un giorno aprendo la casella di posta elettronica vidi una nuova mail con oggetto “proposta di occasione formativa” e leggendo tutto il testo mi accorsi che si trattava di qualcosa di diverso dal solito”.

 

La storia prende l’avvio dunque con una mail di proposta a cui risposero otto ragazzi che decisero di sfruttare un’occasione. Questa è la storia di come il progetto Geras abbia avuto inizio.
Era il 7/7/2016 quando con la collaborazione del Prof. Gian Piero Turchi,  scrissi : “la proposta si pone come un'occasione per "mettere le mani in pasta" nell'applicazione della metodologia per la gestione interattivo-comunicativa degli utenti”

Ora voi lettori vorrete sapere che cosa hanno fatto i nostri under 30? Come hanno reagito all’idea di un impegno di almeno sei mesi di lavoro non retribuito che li impegnasse come un part-time? IN OTTO SU DIECI HANNO ACCETTATO! Alla faccia degli stereotipi! 

Ma perché lo hanno fatto? Sentiamolo dalle loro parole: "L’università si pone come momento in cui riempire la nostra “cassetta degli attrezzi” per il futuro, per quel momento in cui saremo dei professionisti, ma ciò che talvolta manca è conoscere il come usare quegli attrezzi. Finché un giorno arrivò quella mail con oggetto “proposta di occasione formativa”. Qualcuno ci stava offrendo l’opportunità di aprire la nostra cassetta degli attrezzi e passo dopo passo farci scoprire come usarli. Ed è questo uno tra i vari elementi che mi ha portata a scegliere di intraprendere questa avventura. La scelta è stata presa con lo sguardo rivolto all’orizzonte, ragionando su ciò che è utile fare a livello formativo, vedendo il tempo impiegato per il progetto come una risorsa da impiegare e da sfruttare al meglio. Un altro elemento rilevante per la presa di decisione è stata la possibilità di poter fare qualcosa di utile per il reparto in cui sarei stata inserita, di potermi “sporcare le mani” e costruire qualcosa che potesse essere patrimonio condiviso all’interno del reparto stesso. Ciò che è diventato patrimonio inestimabile per me è ciò che siamo riusciti a costruire con gli ospiti: ogni sorriso, ogni abbraccio ed ogni discorso fatto con loro è un tassellino in più del mio percorso che senza quel Sì non avrei potuto render tale”.

 

Questo SI continua da un po’ se ce lo stiamo raccontando a dicembre 2017, perché? (Sentiamolo dalle loro parole)“Questo "sì" continua e procede ancora per due motivi. Il primo perché l'assetto del lavoro di squadra è avvalorato dall'essere diventati anche amici. Per cui stiamo crescendo, studiando, lavorando e divertendoci assieme: ci sono momenti di estrema serietà in cui l'aria diventa tesa, ma anche momenti in cui ci troviamo al bar per farci due risate. Il secondo motivo tiene conto del fatto che per quanto siamo certamente nell'ambito del volontariato, c'è comunque una retribuzione; non di tipo economico bensì formativo. La formazione che offre questo progetto è continua, in quanto gli ambiti di competenze, i ragionamenti e le possibilità operative su cui possiamo formarci si sviluppano di pari passo con la crescita del progetto: si è partiti dall’operatività nei reparti ed ora si fanno anche corsi di formazione al personale!! In questa occasione si cresce assieme nel progetto e con il progetto (e questo potrebbe essere, forse, un terzo motivo). Prendendoci cura del progetto, coltivandolo, ci prendiamo anche cura del nostro futuro rendendo condivisibile per tutti una cultura dialogica”.

 

Ma ogni progetto deve avere un nome per identificarsi e dunque loro sono i ragazzi del PROGETTO GERAS. Infatti  il nome stesso risulta essere in linea con quanto i ragazzi fin qui hanno condiviso con noi. Nella mitologia greca, Geras (greco: Γῆρας, Gễras) era il dio della vecchiaia, considerata una virtù perché più un uomo aveva gēras, più possedeva Kleos (fama) e Aretè (eccellenza e coraggio).

 

La storia che vi stiamo raccontando prende dei risvolti interessanti. Si parla di scelte di formazione piuttosto che orientate al beneficio esclusivamente economico. Si parla di scelte fatte in prospettiva, che dai più vengono considerate sui generis specie quando la retorica dominante è quella del “i ragazzi di oggi non hanno voglia di far nulla”. Così ho chiesto se anche i ragazzi si rispecchiano in questa affermazione che è sempre più pregnante. (Sentiamolo dalle loro parole) "Sì, di certo questa è un’affermazione che sempre più spesso prende piede. <I giovani aspettano che il lavoro gli cada addosso>, <non è come ai miei tempi, adesso tutto sembra che sia dovuto>. Questo quello che più di una volta capita di sentirsi dire. Perciò sì, ci rispecchiamo in questa affermazione ed è un peso, questo, che sempre più grava sulle nostre spalle. Crediamo che sia una questione di legittimazione propria dei “nuovi giovani”, legittimazione che manca in quanto vengono principalmente visti dalla comunità di cui fanno parte come un peso che grava sulle spalle della famiglia di appartenenza. Perciò a questa famigerata categoria, i giovani, di cui anche noi facciamo parte, non viene attribuita la possibilità di poter offrire il proprio contributo alla comunità. Per poter contrastare quanto perlopiù ci si attribuisce in quanto giovani è necessario rimboccarsi le maniche e cogliere ogni occasione che ci viene posta. Non dimenticherò mai quanto mi venne detto alla fine di un seminario che frequentai il secondo anno di triennale: “approfitta, sfrutta ogni proposta che ti si pone, cogli ogni occasione che ti viene data, formale e non”. Di queste parole ho fatto tesoro e tutti condividiamo come sia un modo per remare controcorrente, per non alzare un inutile muro contro muro e limitarsi a dire <no, non è così>; occorre chiedersi invece <come posso sperimentarmi, come posso offrire il mio contributo?>. E allora tocca inventare e sudare. E poi questo modo di ragionare diventa pervasivo: se prendiamo l’esempio del progetto Geras, anche i nostri amici e familiari che inizialmente ci chiedevano <ma chi te l’ha fatto fare? Ma perché ti svegli all’alba per andare a Montecchio o a Rovigo?>, oppure <Ma dai oggi salta l’ingresso che tanto è volontariato, non sei obbligato/a!>, adesso hanno chiaro cosa si fa e soprattutto perché lo si fa, perciò anche le domande cambiano e ad oggi ci si chiede della buona riuscita della mostra di Natale o ancora se ci serva una mano per preparare il materiale per le attività da fare in struttura”.

 

Ciò che più colpisce di questa storia che vi racconto è proprio questo, la propensione al futuro, la trasversalità dell’uso che si fa di questa esperienza e di come sia pervasiva nei diversi contesti quotidiani. Ma come per tutte le cose, i lati della medaglia sono sempre due e i vantaggi e gli svantaggi possono bilanciarsi o meno in un progetto - che burocraticamente risulta essere di volontariato - come questo. (Sentiamolo dalle loro parole) “L’esperienza all’interno del progetto Geras porta con sé numerosi vantaggi in termini formativi. È un’occasione per applicare sul “campo” quanto studiato sui libri e all’interno dell’offerta formativa ad oggi disponibile riguardo la Dialogica che l’Università di Padova mette a disposizione (i corsi del professor Turchi, i seminari, il tirocinio accademico). Ci permette di sperimentare il lavoro di squadra con i colleghi, le competenze del ruolo che ricopriamo e le dinamiche tra i vari ruoli che costituiscono il progetto stesso. Siamo all’interno di una “bolla” per cui siamo costantemente supervisionati dalla responsabile di progetto con la quale possiamo avere dei momenti di monitoraggio, in singolo o in gruppo, rispetto a come stiamo esercitando le nostre competenze. E se accade di fare un errore, ci fermiamo e lo prendiamo in carico come squadra, organizzando un piano per gestirlo. Essere volontari all’interno del progetto Geras ci permette di esercitare le nostre competenze che in un futuro (non molto lontano, si spera) faranno di noi i professionisti di domani. All’inizio molti di noi non si sarebbero mai immaginati come operatori volontari all’interno di una casa di riposo o di un reparto RSA, tuttavia presto ci si rende conto che quanto si mette in campo nel corso delle attività, durante le progettazioni, nelle interazioni con gli utenti e con gli operatori del reparto, nelle dinamiche interne alla squadra, tutto ciò che si “impara” diventa applicabile non solo in questo contesto ma anche in altri settori, non necessariamente legati all’ambito socio-sanitario. Certo, possiamo dire che tutto questo comporta anche degli svantaggi: primo fra tutti il tempo dedicato non è poco, circa 10/15 ore settimanali. E quando il lavoro è tanto, le ore aumentano. Non si timbra un cartellino, è una nostra scelta. Tuttavia se ciò che ci ha mosso è stato “io voglio formarmi per poter dare un contributo”, il tempo non è perso ma investito per il nostro futuro e quello della Comunità. Visto in questo modo, il tempo e le energie per Geras assumono lo stesso valore di un tirocinio universitario o di un pomeriggio di studio in biblioteca per cui alla fine della giornata ti puoi chiedere “che cosa mi sono portato a casa oggi?” e per rispondere a questa domanda potremmo scrivere una lista lunghissima! Un altro svantaggio, purtroppo, sta nel fatto che le attività non sono retribuite. Ma ognuno di noi, fin dall’inizio, ne è consapevole: stiamo affrontando questo percorso per gettare le “fondamenta” del nostro futuro, grazie alla possibilità di sperimentare all’interno di un “recinto” sicuro e supervisionato. Certo, possiamo sbagliare, ma fortunatamente abbiamo un supervisore che non ci dice “hai sbagliato, vergognati, dovevi fare così” bensì “si può gestire, vediamo come possiamo fare”. Questa è la retribuzione che abbiamo a disposizione come volontari Geras. In questo modo il volontariato non è più vista come un’attività gratuita ma come una palestra per i muscoli che ci serviranno domani come professionisti!” 

 

Come ogni storia qui ci si aspetta una morale e così chiedo ai ragazzi quali consigli potrebbero offrire questi veterani del psicogeriatrico.

“Beninteso che i consigli lasciano, a volte, il tempo che trovano; dovessi tuttavia darne uno, sarebbe questo: dare rilievo e valore sia ai piccoli traguardi, che agli errori commessi. In un contesto del genere, infatti, riuscire a portarsi a casa ciò per cui ci si impegna regala soddisfazioni personali e collettive, nella crescita comune di chi fa parte dello stesso progetto. Gli errori sono altrettanto importanti: consentono di maturare un pensiero e aggiustare il tiro, perché dagli “sbagli” non sorgono problemi, ma la responsabilità di gestire la situazione e l'occasione per imparare, e dunque stare sul pezzo più di prima.Ogni difficoltà che si può incontrare nel percorso, può assumere così un'altra tonalità.

La metafora potrebbe suonare così: la musica cambia, se valorizziamo ciò che ci accade e che ci circonda; come futuri professionisti, il tempo che dedichiamo in questo modo (e che potrebbe essere considerato un extra-time rispetto a studio, tirocinio e tesi), è quel momento in cui, con lo strumento che abbiamo scelto, possiamo imparare a suonare e comporre”.

 

 

 Siamo alla fine della storia e manca ancora il titolo. Chiedo dunque ai ragazzi quale potrebbe essere: “beh considerando una delle battute che ci facciamo spesso diremo che il titolo potrebbe essere “LÌ PER LÌ CI È SEMBRATA UNA BUONA IDEA … E CONTINUA AD ESSERLO!”

 

Eccoci alla chiusura: nessuna morale, nessuna pretesa di insegnare nulla a nessuno ma solo un augurio a tutti voi per queste feste. I ragazzi di Geras, le loro 15 ore procapite di lavoro costante non retribuito, gli ospiti che settimanalmente beneficiano di questo lavoro, le loro prospettive, i loro sudore, la loro voglia di affermarsi come valore per la comunità, ed io che ho il piacere di coordinarli vi auguriamo Buon Natale.

 

E voi, che scelte farete nel 2018?

 

- In collaborazione con Vanessa Zoppello, Caterina Ciloni, Federico Ruffini, Nicolò Bergami, Guido Pasquale, Francesca Fronteddu, Marco Locatelli, Marta Silvia Dalla Riva - 

 

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