© 2017 by gruppo di ricerca laboratorio 06, Università degli Studi di Padova, coordinato dal Prof. Gian Piero Turchi

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INTERVISTA DI UNA STUDENTESSA AL FONDATORE DELLA DIALOGICA. Tutto quello che avreste voluto sapere da Turchi (ma non avete mai osato chiedere).

November 12, 2017

   “E cos’è che consente l’interazione ed è già interazione?

Il linguaggio, e quindi dedichiamoci a questo!”

 

Alla domanda iniziale su come “tutto abbia avuto inizio”, tra leggenda e realtà, il Prof. Turchi risponde raccontandoci il momento della propria vita in cui si trovò in uno stato di impasse: un momento di ricerca, per andare oltre ai riferimenti teorici della psicologia e poter contemplare anche quelli filosofici e letterari. Cita “L’auto da fé” di Canetti e quella che chiama “la trilogia galattica” di Asimov: “un monumento della letteratura mondiale il primo e un’illuminazione vera e propria il secondo, tant’è che la lessi in tre notti di seguito!”.

Il mistero è dunque svelato: le voci di corridoio universitarie che raccontano della lettura del Ciclo della fondazione di Asimov come l’incipit che ha dato vita alla Dialogica, non sono lontane dalla realtà. Turchi racconta come il valore delle scritture di Asimov risieda nella coniugazione tra competenze scientifiche nel campo della fisica e alte abilità narrative. Questo è ciò che, dice Turchi, ha consentito all’autore di dare forma alla “Psicostoria”: “quelle che Asimov faceva erano delle anticipazioni non erano delle previsioni e soprattutto erano basate su  aspetti legati al linguaggio. I collegamenti che creava, gli scenari futuri, non erano collegamenti legati agli eventi, ma erano proprio considerati alla stregua di legami retorico-argomentativi che generavano un futuro possibile ma non ancora disponibile. Ecco che appunto Asimov è stato – per la Dialogica –  un punto molto importante”.

 

Nelle sue lezioni il Prof. Turchi spesso si trova a citare diversi film che hanno segnato la storia. Una passione per le arti, in cui cercare e trovare assunti teorici. Un modo fruibile per veicolare punti focali di un modello. Ci racconta: “Spesso cito “i Blues Brothers” in quanto manifestano una serie di Repertori che sono caratteristici del Peso Dialogico che hanno. Un altro contributo emblematico della filmologia è “la Pantera Rosa” che mostra, nel far accadere delle “stupidaggini”, quali stratagemmi si possono usare per rompere la coerenza di un certo assetto interattivo. “Blade Runner” poi tratteggia il futuro, tratteggia il connubio, il tentativo di descrivere il futuro. Ha un valore sulla componente legata al linguaggio, rappresenta benissimo come il futuro sarà legato a quale linguaggio e soprattutto a quale uso del linguaggio faremo nel cercare di avere un futuro!”

 

Quelle del Prof. Turchi sono lezioni che spesso forniscono il pretesto agli studenti di fare una telefonata alla mamma per raccontare di quali elementi sconvolgenti si parli a lezione. Pretesti che sono provocazioni, sollecitazioni offerte all’inizio di un viaggio in cui non si chiede di capire ma solo di seguire quanto si dice. Così nasce il dubbio di una studentessa incuriosita, che disse ai coinquilini: “ragazzi, la psicologia è morta!”. Parole forti, che non sempre vengono argomentate. Lo chiediamo oggi proprio a colui che ha diffuso e diffonde tali provocazioni: in che modo possiamo argomentare che “la psicologia è morta”? “Gli aspetti che possono essere messi in campo sono molteplici per una psicologia che patisce di una forte proliferazione teorica, molto più di altre discipline –logos; inoltre ha creato una collaborazione con la statistica, volendo ammantare i valori numerici, e incrementato così ulteriormente la proliferazione. Questo è un aspetto, quello della proliferazione teorica, che è poi diventato una frammentazione che Sadi Marhaba ha chiamato proprio le "Antinomie epistemologiche della psicologia contemporanea". Il secondo aspetto è l’utilità: la psicologia così com’è strutturata, rasenta livelli di inutilità drammatici. Per com’è ora, quando si ha davanti un interlocutore istituzionale o meno, la domanda, purtroppo, non è tanto “quanto mi serve quello che mi offri”, quanto “qual è l’approccio che mi offri”. Direi quindi, ai "compagni di appartamento", che, come accade nella storia della scienza, ed è sempre successo e succederà sempre, ad un certo punto emerge un paradigma alternativo o/e un programma di ricerca alternativo, o comunque diverso da quello disponibile. E allora su questa parabola storica che ha caratterizzato la psicologia, possiamo dire che sia "morta", in quanto il programma di ricerca della psicologia ha portato a questa condizione storica, alla frammentazione e a questi livelli di inutilità, direbbe qualcuno, imbarazzanti”.

 

Fra le varie vesti che vengono attribuite a Turchi, una è quella che la vede promotore di uno scarto paradigmatico, come da lui stesso accennato durante l’intervista. Ci chiediamo, quindi, quale rilevanza ha tale scarto entro la filiera conoscitiva delineata? “A un certo punto la riflessione epistemologica porta a scartare completamente l’ennesima produzione teorica” ci risponde. “E allora per fuoriuscire un po’ da questa sorta di “déjà vù” che, ahinoi, è lì, è stato necessario creare uno scarto di paradigma tenendo conto che la psicologia nasce proprio su precisa richiesta del modello medico, e quindi sotto questa egida sanitaria con quest’impostazione inevitabilmente e necessariamente meccanicistica. Lo scarto di paradigma non poteva che essere interazionistico.” Continua, incalzante, il Professore: "E che cos’è che consente poi di scartare paradigmaticamente la psicologia rispetto all’alveo in cui questa nasce? L’interazione, l’interazione è ciò che consente di scartare, perché ti mette nella condizione di cessare di dare tanta rilevanza alle caratteristiche dell’individuo, della persona, e spostarsi completamente su quello che accade in termini di “connessione fra” piuttosto che sul chi sono coloro che generano la connessione. È quello che ha fatto la fisica quantistica quando ha cessato di avere un percetto a disposizione, si è collocata su altro. Perché uno dei nostri vincoli, una delle nostre tragedie, è che noi pensiamo che il percetto sia il corpo e quindi poi di conseguenza il cervello e tutto quello di cui il corpo è fatto. Ma questa è materia sanitaria, è materia fisiologica o biologica, non può essere materia psicologica perché per valore di costrutto la psiche potrebbe stare dovunque.”

 

Il team di ricerca coordinato dal Prof. Turchi si è posto l’obiettivo applicativo di contribuire alla coesione sociale della Comunità. “Questo per quanto mi riguarda è sempre stato un must operativo” dice Turchi. “In accademia vengono offerte tutte le condizioni per poter speculare, anche sul nulla; poi però anche questo nulla deve avere una ricaduta, deve essere qualcosa che poi ritorna a quella Comunità che ha messo nelle condizioni l’accademia di svolgere questo lavoro. La ricaduta delle componenti metodologiche deve andare nella Comunità a cui tutti apparteniamo.Continua Turchi: "La comunità è il centro, è il mare su cui possono navigare le navi della società, nelle proprie diverse composizioni, nelle proprie diverse articolazioni, nelle proprie diverse grandezze e dimensioni. La comunità è il mare su cui si adagiano le navi, e quindi serve fare riferimento alla coesione della comunità.” Ancora: “La nostra strategia è quella di disperdere la responsabilità; metodologicamente, applicativamente ciò significa lavorare proprio sull’innescare e rafforzare le interazioni, perché partiamo dal presupposto che si riescono a gestire situazioni di catastrofe o di distruzione, perché possiamo avere uno sguardo più alto, che guarda verso l’orizzonte, piuttosto che verso la punta dei piedi dove camminiamo. Ecco che allora l’obiettivo non può più essere (solo) guarire o curare qualcuno, ma l’obiettivo sarà (anche) incrementare la coesione sociale della Comunità, in modo tale che più la Comunità è coesa e più si può occupare di tutti gli individui, di tutti i membri che la compongono, a differenza dell’impostazione meccanicistica che stabilisce l’opposto. Se noi non interagiamo la specie soccombe, la specie è estinta e anche questo ci deve far cambiare completamente i parametri su cui meccanicisticamente noi abbiamo sempre considerato la nostra specie., come una specie che "risponde a dei bisogni"

 

Un orizzonte nuovo, quindi, quello proposto dal team di ricerca della Scienza Dialogica, che apre a nuove frontiere per la gestione delle interazioni umane. Unendo gli sforzi conoscitivi e “artistici” di più discipline, mira a superare le difficoltà incontrate dai fondamenti della Psicologia. Una ricostruzione, che parte dalle fondamenta.

Per concludere, si chiede a Turchi: quindi, QUALI SONO LE TRE COSE CHE UN LAUREATO IN PSICOLOGIA NON DOVREBBE FARE?
Metterei al primo posto il non doversi porre dei limiti. Mantenere sempre lo sguardo verso l’orizzonte continuando con ostinazione e determinazione teorico metodologica a considerare che anche ciò che appare irreversibile, immutabile, oramai dato e scontato, invece, possa essere sempre spinto un passo oltre. Quindi, rispetto alle interazioni, mantenere questo sguardo che vada all’orizzonte. L’orizzonte si sposta mano a mano che ci si muove, l’orizzonte non c’è, avanza con chi lo guarda!  Quindi la prima non porsi dei limiti.” Continua: “La seconda possiamo dirci essere quella dell’ostinazione, della determinazione allo studio, all’approfondimento. Non porre dei limiti alla teoria, continuare a stressarla, continuare a metterla sotto scacco, continuare a imporre alla teoria di dover essere sempre nella condizione di essere euristica, vivace, di essere plastica. La teoria deve essere nella condizione di rispondere; deve essere sempre nella condizione di offrire ciò che serve all’operatore. Non accontentarsi mai di quello che l’aspetto teorico offre, perché naturalmente non puoi più giocare in squadra, perché se uno ha la verità in tasca la tiene per sé, e neanche la promuove, la diffonde, perché altrimenti cessa di essere una verità. La teoria non deve essere una sicurezza in termini teorico speculativi, lo deve essere semmai in termini metodologici operativi; in termini teorico speculativi deve essere un mezzo di trasporto su cui continuare a spostarti costantemente. La terza è legata a ritenere di aver trovato la verità. Confondere il proprio portato paradigmatico con la verità porta all’isolamento. Confondere e far diventare il ragionamento teorico un ragionamento tautologico. I filosofi non sarebbero contenti di quello che si sta per dire, però la verità è tautologia, è una cosa che poi ritorna costantemente in sé stessa. Se il professionista confonde la propria teoria, i propri riferimenti paradigmatici con la verità, non fa un buon servizio né alla teoria stessa né alla comunità nella quale si muove. Quindi collegandoci un po’ al dover stressare continuamente la teoria, qualora questo non avvenga, può accadere questa terza: confondere quello che è un portato puramente gnoseologico, teorico, con un dato di fatto, reale, disponibile che si possa spostare come una sedia in una stanza; questo fa cessare immediatamente il grosso lavoro di squadra che invece un operatore deve comunque continuare a mantenere. Le verità appunto, seppur i filosofi urlerebbero al martirio, essendo tautologica, ti porta all’isolamento e alla non diffusione, perché si racchiude in sé stessa. Queste sono le tre cose che un futuro psicologo dovrebbe tenere in considerazione, sempre.”

 

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