Paradigmi

Con il termine “Paradigma”, per come è inteso dal filosofo della scienza ed epistemologo  Thomas Kuhn, s’intendono “gli elementi di cornice per mezzo dei quali si può produrre  conoscenza: gli elementi, le categorie e i punti di riferimento entro i quali si conosce” (Kuhn,  2009). In altre parole, secondo Kuhn il paradigma è costituito dai presupposti conoscitivi,  chiamati anche “assunti conoscitivi”, ovvero i presupposti su cui si basa la conoscenza. 

Il Paradigma, dunque, nel porre gli assunti conoscitivi coerenti tra loro, delimita la modalità di conoscenza, ovvero stabilisce il “come si conosce” rendendo quindi possibile operare. 

Secondo Kuhn (2009), poi, la storia del senso scientifico si caratterizza per un’alternanza paradigmatica, ossia un’alternanza fra assunti conoscitivi, fra modi di conoscere che si sono succeduti fra di loro. Si mette poi in luce come questa alternanza non comporti la scomparsa dei paradigmi precedenti, in quanto questi si depositano nel senso comune in virtù dell’interazione costante di quest’ultimo con il senso scientifico. 

 

Le alternanze paradigmatiche, a loro volta, possono essere sistematizzate in funzione dei  rapporti che, nel corso della storia, si sono stabiliti fra senso scientifico e senso comune.

Figura - Filogenesi dei rapporti tra Senso Comune e Senso Scientifico 

 

Osservando la figura e seguendo la diagonale del rettangolo, che rappresenta l’evoluzione filogenetica delle modalità di conoscenza, si può osservare come, partendo dall’alto, si parta da una situazione di assenza del senso scientifico, (“quasi” il vertice in alto a sinistra del rettangolo), per arrivare ad una situazione di assenza di senso comune (“quasi” il vertice opposto in basso a destra). 

Paradigmi Percettivistici

Nei Paradigmi Percettivistici il senso comune è massimamente presente e la conoscenza prodotta nell’uso del linguaggio è principalmente ancorata a quanto reso disponibile dagli organi di senso. All’interno di questi paradigmi  l’unico dato disponibile è quello che può essere percepito. Il ruolo assegnato al linguaggio è dunque esclusivamente quello di denotare, constatare la realtà di fatto (percepita) (Turchi, 2017). 

A livello di senso comune possiamo trovare i “sedimenti” di questa fase in espressioni del tipo “Vedi?”, “Senti?” o “Guarda!”. Ancora, modalità conoscitive che rimandano a questo paradigma sono: “Vedi come sei fatto?” “Sei fatto così”. 

 

Paradigmi Spiritualistici

I Paradigmi Spiritualisti emergono in concomitanza con la possibilità di compiere, attraverso l’uso del linguaggio, una prima astrazione categoriale: far riferimento ad un’entità non materiale, non percepibile, altrimenti detta “spirituale” (Turchi, 2017). In seno a questi paradigmi si compie dunque la prima distinzione fra percetto e osservato, e quindi l’emergere, per la prima volta nella storia della specie umana, di enti non percepibili (Pan, Manitù, Dio ecc.),

Questo scarto paradigmatico si è depositato nel senso comune in espressioni tipiche come: “è successo così, perché Dio lo ha voluto”, “se Dio vorrà”.  

 

Paradigmi Meccanicistici

A differenza dei due paradigmi precedenti, i Paradigmi Meccanicisti dispongono di una precisa data d'inizio: il 1609, l’anno dell’osservazione galileiana della Luna. Dal 1609, infatti, le formulazioni scientifiche divengono delle asserzioni e la forma dell’asserto fa riferimento alla nozione di causa ed è espressa in forma di legge (Turchi, 2017). 

Il dato scientifico, con l’avvento dei paradigmi meccanicistici, non solo non si rende disponibile nel percetto (come nei Paradigmi Spiritualistici), ma si discosta con il dato offerto dal senso comune: il senso scientifico arriva infatti ad asserire che è la terra a girare attorno al sole e non viceversa, come suggerirebbero (affermando) invece i dati sensoriali. 

Altro elemento che distingue questo paradigma da quelli precedenti è il riferimento all’astrazione categoriale della causa, che diventa la nozione centrale di questi paradigmi prendendo il posto di quella di spirito. Nello specifico, l’assunto della causa è quello per cui, a partire da certe condizioni, si otterrà sempre lo stesso effetto. 

Inizialmente l’uso della forma causale dell’asserto veniva applicata prevalentemente ad enti empirici (si pensi alla legge di gravità). Tuttavia, con il passare del tempo, l’astrazione categoriale che si rende disponibile all’interno di questi paradigmi permette un distacco sempre maggiore dal percetto. Il senso scientifico, infatti, non cerca più di spiegare “solamente” il mondo percepibile, ma comincia ad interessarsi di enti teorici che superano il percetto. Dopo le leggi sulla gravità (Newton, 2018), atte a spiegare il moto dei corpi, seguirono infatti le leggi dell’entropia (Ben-Naim, 2009), atte a spiegare il costrutto di disordine di un sistema fisico. 

Anche in questo caso è possibile rintracciare nel Senso Comune i sedimenti delle modalità  d’uso del linguaggio nate all’interno di questi paradigmi in espressioni come: “Tu sei la  causa del tuo male” Questo è successo per causa tua”. . 

 

Paradigmi Relativistici 

I Paradigmi Relativistici hanno inizio nel 1905, anno in cui Einstein pubblica la Teoria della  Relatività (Einstein, 2015). Il lavoro di Einstein costituisce uno scarto paradigmatico verso i  Paradigmi Relativistici dal momento in cui la nozione centrale diventa quella di energia e la  forma dell’asserto quella della teoria. 

L’adozione dell’astrazione categoriale “energia” segna un ulteriore scarto fra la conoscenza  di senso scientifico e quella di senso comune. Nella forma dell’asserto della “Teoria della  Relatività”, infatti, ciò che si può percepire della formulazione stessa è assai poco (laddove  nella forma dell’asserto della “legge” il percetto ha ancora la sua rilevanza: la causa si  percepisce). E’ in tal senso che viene utilizzata la dizione “Teoria della Relatività” (e non  Legge di gravità), in quanto la teoria costruisce nella sua stessa formulazione dell’asserto la  conoscenza, senza ancoraggio al percetto: il processo di conoscenza è operato direttamente e  solamente sull'ente teorico (Turchi, 2017).  

Rispetto a ciò, è inoltre possibile osservare come la teoria, essendo vincolata solamente alle  astrazioni categoriali che la producono, vari a seconda delle modalità conoscitive e del  sistema di riferimenti adottato (a differenza della legge, che si caratterizza per essere sempre  costante e universale). Questo aspetto apre dunque alla possibilità di una molteplicità di  teorie: ne può subentrare un’altra ancora più sofisticata, che renda cioè l’asserto ancora più  preciso nel descrivere l’ente teorico in oggetto (Turchi, 2017).  

Paradigmi Interazionistici 

Lo scarto paradigmatico che segna la nascita dei Paradigmi Interazionistici si ha nel 1927  con il lavoro di Werner Karl Heisenberg sul Principio di Indeterminazione (Heisenberg, 2002). Con quest’opera Heisenberg porta la distanza del dato scientifico rispetto a quello  percettivo ai massimi livelli: il presupposto stesso del senso comune, ovvero che la realtà è un  dato certo, immodificabile e sussistente indipendentemente dall’osservatore viene messo in  discussione (Turchi, 2017).  

Nello specifico, la scoperta di Heisenberg è che non è possibile determinare simultaneamente  la misura di coppie di variabili di una particella: quanto più esattamente determiniamo la  posizione di un corpuscolo, tanto più approssimativa sarà la precisione raggiungibile nella  misura della sua quantità di moto, perchè nel frattempo la realtà è già cambiata (Turchi, 2017;  Heisenberg, 2002).  

Con i Paradigmi Interazionistici, infatti, non si assume più l’esistenza di una realtà esterna  data e stabile che può essere “scoperta” e interpretata in differenti modi (con diverse teorie):  sono le teorie stesse e i loro sistemi di riferimento che generano la realtà, nominandola come  tale. 

In questi paradigmi la forma dell’asserto diviene dunque quella del principio e la nozione  centrale quella di interazione. Più nello specifico, all’interno dei Paradigmi Interazionistici la  realtà esiste solamente in virtù del processo osservativo innescato dall’osservatore e delle  categorie conoscitive adottate: è il principio conoscitivo che si adotta a generare il dato  osservativo, se si adotta il principio della velocità si osserverà velocità, se quello della massa  allora si osserverà massa.  

 

Le osservazioni di Heisenberg rendono dunque conto dell’interazione che avviene fra osservatore ed osservato durante il processo di osservazione, mettendo dunque in luce al senso scientifico che:

1 - La conoscenza avviene per principio non esclusivamente per teoria (quest’ultima comporta anche l’adozione di un principio conoscitivo, oltre al “cosa” si conosce). 

2 - Vige il ruolo dell’incertezza, la realtà non è data a priori. 

 

Sulla scorta delle riflessioni di Heisenberg, la comunità scientifica ha cessato di rispondere alla domanda “perché?”, a favore del “come?”. Infatti, a fronte di quanto sin qui detto, non si può più stabilire perché accade qualcosa: non è possibile osservare delle relazioni fra enti empirici se gli stessi sono frutto di un particolare principio conoscitivo. La realtà, infatti, all’interno dei paradigmi interazionistici scompare come dato di fatto, come statuto ontologico, ed è collocata su un piano squisitamente gnoseologico che varia a seconda del principio conoscitivo adottato. In virtù di ciò il senso scientifico si muoverà su un piano puramente descrittivo, mostrando come, a fronte dell’adozione di un certo principio di conoscenza, si giunge ad un determinato evento.  

   

 

Tabella - Riepilogo sulle tipologie di paradigmi, astrazioni categoriali e forma dell’asserto

Riferimenti

Ben-Naim, A. (2009). L'entropia svelata. La seconda legge della termodinamica ridotta a puro buon senso. libreriauniversitaria.it.

Einstein, A. (2015). Relatività. Esposizione divulgativa. Bollati Boringhieri.

Heisenberg, W. (2002). Indeterminazione e realtà (G. Gembillo, Trans.). Guida.

 

Kuhn, T. S. (2009). La struttura delle rivoluzioni scientifiche (A. Carugo, Trans.). Einaudi.

Newton, I. (2018). Principî matematici della filosofia naturale (F. Giudice, Ed.). Einaudi.

Turchi, G. P. (2017). Manuale critico di psicologia clinica. Edises.

 

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